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Cosa conta davvero per la Gen Z?

 

Il 2025 si è chiuso per Oblos con la partecipazione alla Fiera Work on Work che il 19 e 20 novembre si è svolta a Ferrara.

Un contesto di conoscenza e confronto tra istituzioni, scuola, università, professionisti e imprese su realtà del lavoro e temi del lavoro.

Nei due giorni di presenza in fiera lo stand di Oblos è diventato un luogo di ascolto di idee, attese, paure e visioni che giovanissime e giovanissimi partecipanti hanno scelto di condividere con noi che li abbiamo raccolti come bene prezioso e bussola per il lavoro di questo 2026 appena inziato.

In particolare, abbiamo chiesto loro di raccontarci criticità, temi e necessità che ritengono fondamentali per un luogo di lavoro: le imprese italiane si stanno preparando al cambiamento? Le nuove sfide vengono affrontate dalle aziende con facilità? La situazione è la stessa per tutti i tipi di imprese?

In questo articolo esploreremo le tematiche emerse e maggiormente ricorrenti, sulle quali la Gen Z pone più attenzione.

L’ambiente di lavoro “sano”

Un gran numero di ragazze e ragazzi (circa il 40%) che hanno partecipato all’attività proposta da Oblos alla Fiera Work on Work di Ferrara ha espresso la propria necessità di trovare sul luogo di lavoro un ambiente “sano”.

Chi è a capo di un’azienda si chiede spesso cosa sia un ambiente di lavoro sano e come crearlo all’interno della propria realtà.

Nelle prospettive delle nuove generazioni emerge il profondo bisogno di lavorare in un contesto che riconosca e valorizzi la propria identità, consentendo di esprimere e sviluppare il proprio potenziale in un clima di rispetto e benessere.

Per ambiente “sano” non si intende, quindi, solo la (imprescindibile) qualità della struttura del luogo di lavoro, la sua comodità o i suoi comfort, ma si intende anche un ambiente socialmente e umanamente accogliente, inclusivo, empatico, rispettoso e collaborativo.

Raggiungere tale obiettivo non è semplice, ma i benefici superano di gran lunga la ricerca e gli investimenti richiesti.

Per costruire un ambiente di lavoro “sano” nella propria azienda va presa in considerazione la coscienza diffusa tra la Gen Z, prossima all’ingresso nel mondo del lavoro.

È necessario dunque prepararsi per tempo per essere in grado di attrarre e trattenere perché su questi aspetti si gioca una partita determinante per restare competitivi sul mercato.

Il benessere psichico

L’ambiente di lavoro “sano” non solo preserva, ma favorisce una buona salute mentale nel momento in cui nella sua effettiva operatività conferisce al personale un senso di fiducia, appartenenza, condivisione, scopo e realizzazione.

Ciò favorisce la riduzione di conflitti sul lavoro con effetti sulla salute del personale e, dunque, con riduzione di assenze per malattia e miglioramento delle performances e, sul medio-lungo periodo, sulla produttività.

Un salario adeguato alle mansioni

I dati raccolti fanno emergere il timore di non ricevere un salario adeguato alle mansioni svolte e a lavoro prestato.

Secondo l’art. 36 della Costituzione: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro”.

Nonostante sia un principio sancito dalla Costituzione, non c’è grande fiducia nel sistema da parte delle nuove generazioni.

Infatti, gli stipendi delle lavoratrici e dei lavoratori italiani sono fermi e troppo bassi. L’inflazione continua ad eroderli, rendendoli non adeguati anche rispetto alle competenze richieste: questo è uno dei motivi alla base della continua migrazione del capitale umane verso altri paesi, con contraccolpi sulla capacità produttive, innovative e, dunque, competitive delle nostre imprese.

Restare attrattivi sarà fondamentale per sopravvivere sul mercato e restare produttivi e competitivi per questo è fondamentale lavorare sul pacchetto retributivo anche attraverso welfare, benefit e premi di produttività.

Meritocrazia e valorizzazione dei singoli

La meritocrazia è stata più volte menzionata dalle ragazze e dai ragazzi ospiti dello stand di Oblos in fiera: oggi il merito è un’argomentazione che spesso anima i dibattiti politici e organizzativi.

Frequentemente la meritocrazia viene intesa come obiezione contraria alle politiche di valorizzazione delle differenze e di inclusione.

A bene vedere, però, politiche meritocratiche e inclusive promanano dalla stessa matrice valoriale che è quella del riconoscimento della singolarità e unicità della persona che è sempre più al centro dell’impresa e fare in modo che esprima il proprio valore e le proprie capacità.

Un’organizzazione “sana” riconosce e valorizza la persona e gli obiettivi che raggiunge nel contesto aziendale, valutandone le peculiarità. Così si evita di avvalorare prassi che inconsapevolmente legittimano iniquità interne all’azienda, privilegiando il merito.

Ecco come la meritocrazia si coadiuva all’inclusione secondo la generazione che si accinge ad entrare nel mondo del lavoro.

Creatività e autonomia

La necessità di diffondere un metodo di lavoro meno rigido si è diffusa ampiamente negli ultimi tempi, anche questo ci hanno raccontato ragazze e ragazzi ospiti del nostro stand.

Il fatto che venga sottolineata questa urgenza di volersi applicare nel proprio lavoro con spirito critico mette in luce l’esistenza, presente e passata, di impieghi fin troppo rigidi e stagnanti che privano le dipendenti e i dipendenti della propria autonomia spegnendo la loro energia e il loro interesse.

Per le generazioni entranti è importante che le proprie mansioni siano in grado di mettere alla prova anche capacità critiche e creative, coinvolgenti a 360 gradi.

Pensare che tutto possa rimanere così com’è risulta essere una visione miope e ne sono conferma il crescente diffondersi di parole come “reskilling”, “upskilling” o “engagement” che etichettano il bisogno di professionalità in continua evoluzione e anche di coinvolgimento delle persone a cui la busta paga da sola non basta più. Persone, appunto, non solo dipendenti.

Le organizzazioni vanno rimodellate su questi valori, con l’adozione di procedure chiare, condivise e trasparenti su Formazione continua, percorsi di sviluppo di carriera, mobilità interna, partecipazione.

Inclusività

Nonostante sia uno dei temi più dibattuti non solo negli ultimi anni, l’inclusività nelle assunzioni rimane ancora troppo spesso una criticità e chi si appresta ad entrare nel mondo del lavoro lo ha notato.

Il “gender gap” nelle assunzioni e nelle retribuzioni è uno dei primi campanelli d’allarme per capire che l’inclusività non è ancora garantita completamente.

In questo quadro diventano fondamentali l’individuazione di politiche e lo sviluppo di scelte strategiche da adottare all’interno delle organizzazioni per creare ambienti di lavoro più inclusivi, che consentano effettive pari opportunità. L’inclusività è una leva di crescita potentissima, ma per percorrere consapevolmente ed efficacemente questa via, serve avere un piano stabilito, figure formate e dedicate in modo che l’approccio inclusivo sia verticale e coinvolga tutte le fasi di vita del rapporto di lavoro, tutti i processi e l’intera struttura aziendale. Per questo occorre un budget allocato e strumenti di verifica e misurazione oggettiva.

Strumenti come la certificazione di parità di genere UniPdr 125:2022 hanno natura gestionale e sono in grado di rimodellare i modelli organizzativi, migliorando il clima aziendale, accrescendo valore, competitività e presenza sul mercato.

Smartworking

La modalità di lavoro da remoto in Italia è ormai una realtà consolidata, lontana dalle disposizioni di emergenza del periodo Covid. Dall’essersi diffuso come un sistema di lavoro “imposto” e non voluto, lo smartworking si è rivelato essere spesso uno strumento molto utile alle imprese e alle persone.

Le generazioni prossime all’ingresso sul mercato del lavoro chiedono alle imprese potenziamenti e garanzie in merito alla permanenza di condizioni di lavoro flessibili.

Infatti, lavorare sempre e solo da casa non è la soluzione a tutti i problemi, ma integrare correttamente lo smartworking in azienda significa inserire una modalità ibrida di svolgere le proprie mansioni, in grado di far fronte alle singole fattispecie.

Vi sono però notevoli differenze tra PMI e grandi realtà nell’implementazione dello smartworking.

Lo smartworking è diffuso, ma non sfruttato appieno e molte persone potrebbero lavorare da remoto più di quanto fanno oggi. Cresce anche l’interesse della nuova forza lavoro per forme di flessibilità come la settimana corta, ancora poco attuate nel mondo delle imprese.

La regolamentazione dello smartworking in modo non standardizzato, ma tagliato sulle necessità e peculiarità della singola realtà organizzativa, può fare la differenza e incidere significativamente sulla produttività aziendale e sul clima.

Conclusione: farsi trovare pronti

Le imprese che non si stanno munendo degli strumenti necessari per accogliere i nuovi lavoratori sono già diventate una seconda scelta e sono destinate a scendere ancora di più in un futuro non molto lontano, a meno che non decidano di invertire la rotta in tempo.

Le richieste delle nuove generazioni sono direttamente collegate al benessere interno alle aziende.

Oblos ha scelto di creare un collegamento diretto tra i soggetti coinvolti in questa delicata fase di transizione aprendosi all’osservazione e all’ascolto dei bisogni delle giovani generazioni affiancando le imprese poi nell’integrazione delle adeguate misure sulla base delle specifiche caratteristiche ed esigenze.

Con l’esperienza e le competenze dei suoi professionisti, Oblos supporta le aziende nello sviluppo di strategie efficaci per restare competitive nel contesto contemporaneo.

Oblos Starl essendo una Società Benefit sa bene come unire innovazione e crescita economica. Specializzata in consulenza strategica in ambito risorse umane e innovazione aziendale, Oblos ha integrato nei suoi valori fondamentali il concetto di beneficio comune.

Up-Skilling: la chiave per affrontare il futuro del lavoro

Nel panorama professionale odierno, segnato da trasformazioni costanti e talvolta imprevedibili, una parola risuona sempre più frequentemente tra manager, HR e lavoratori: upskilling. In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale, l’automazione e i nuovi modelli di business stanno ridisegnando i confini del mondo del lavoro, aggiornare e potenziare le proprie competenze non è più una scelta opzionale, ma una necessità strategica per restare competitivi.

In questo articolo esploreremo cos’è l’upskilling, perché è fondamentale per aziende e dipendenti, e come strutturare strategie efficaci per promuoverlo.

 

Cosa significa davvero “Upskilling”?

Il termine upskilling si riferisce al processo di aggiornamento e potenziamento delle competenze di un individuo in ambito lavorativo. A differenza del reskilling – che implica un cambiamento di competenze verso un ruolo completamente diverso – l’upskilling mira a rafforzare le skill già possedute per affrontare con efficacia compiti più avanzati o adattarsi a nuove esigenze professionali.

In pratica, fare upskilling significa prepararsi a salire di livello, sia dal punto di vista tecnico che manageriale, per essere in grado di contribuire meglio agli obiettivi aziendali e rispondere con prontezza alle sfide imposte dall’innovazione.

Perché l’upskilling è diventato imprescindibile?

L’evoluzione tecnologica ha accelerato il cambiamento nelle esigenze del mercato del lavoro. Secondo diverse ricerche, entro i prossimi anni oltre il 50% dei lavoratori dovrà aggiornare le proprie competenze per adattarsi a nuove mansioni o strumenti. L’intelligenza artificiale, ad esempio, sta automatizzando molte attività di routine, ma allo stesso tempo apre la strada a nuove opportunità lavorative che richiedono competenze avanzate.

In questo contesto, l’upskilling diventa una risorsa chiave per i seguenti aspetti:

  • ridurre il divario di competenze tra ciò che un lavoratore sa fare e ciò che il mercato richiede;
  • migliorare la produttività individuale e di team;
  • aumentare la retention dei dipendenti, offrendo loro reali opportunità di crescita interna;
  • promuovere l’innovazione aziendale, grazie a una forza lavoro più preparata e aggiornata.

 

Personalizzazione: la nuova frontiera dell’upskilling

Uno degli aspetti più rilevanti delle moderne strategie di upskilling è l’approccio personalizzato alla formazione. Ogni dipendente ha un background diverso, obiettivi unici e un proprio ritmo di apprendimento. Per questo motivo, i programmi di formazione standardizzati non sono più sufficienti.

Oggi, le aziende di successo investono in percorsi di apprendimento individualizzati, che tengano conto dei seguenti aspetti:

  • skill attuali del dipendente;
  • ruolo ricoperto e potenziali sviluppi futuri;
  • obiettivi strategici dell’organizzazione;
  • gap identificati tramite sistemi di HR analytics.

Le moderne piattaforme digitali di formazione (HR Analytics) permettono di raccogliere dati in tempo reale e offrire contenuti formativi mirati, garantendo risultati concreti e misurabili.

Upskilling e tecnologia: un binomio vincente

Il processo di upskilling oggi è fortemente influenzato dalla tecnologia, aspetto diventato oramai imprescindibile nel quotidiano di moltissime aziende di diversi settori. L’integrazione di strumenti digitali non solo facilita l’erogazione della formazione, ma la rende anche più coinvolgente e accessibile.

Tra le tecnologie più utilizzate per la formazione troviamo, ad esempio:

  • E-learning e MOOC: corsi online, flessibili e fruibili da qualsiasi luogo;
  • Gamification: elementi ludici applicati alla formazione, per aumentare la motivazione;
  • Realtà aumentata (AR) e realtà virtuale (VR): utili per simulazioni pratiche in ambienti controllati;
  • Intelligenza artificiale: per personalizzare i contenuti e suggerire percorsi in base al profilo utente.

Queste soluzioni si rivelano preziose non solo per le skill tecniche, ma anche per sviluppare soft skill fondamentali come leadership, comunicazione e gestione del tempo.

Promuovere una cultura di apprendimento continuo

L’upskilling efficace non può esistere in un’azienda che non promuove una cultura di apprendimento continuo. Questo significa creare un ambiente in cui la formazione sia parte integrante del lavoro quotidiano, e non un’attività sporadica o accessoria.

Le organizzazioni più evolute stimolano la crescita professionale attraverso:

  • mentoring e coaching, per favorire lo scambio intergenerazionale e la trasmissione di conoscenze;
  • apprendimento peer-to-peer, incentivando i dipendenti a insegnarsi a vicenda;
  • accesso continuo a risorse digitali, webinar e community online;
  • incentivi e riconoscimenti legati al raggiungimento di obiettivi formativi.

Un’azienda che investe nel proprio capitale umano crea anche un forte senso di appartenenza e fiducia, elementi essenziali per affrontare il cambiamento con resilienza.

L’upskilling come investimento strategico

In un mercato in cui la rapidità di cambiamento è la norma, non aggiornare le competenze è diventato a tutti gli effetti un rischio aziendale. Le aziende che trascurano l’upskilling rischiano di trovarsi con dipendenti impreparati, demotivati e inclini a cercare altrove migliori opportunità di crescita.

Al contrario, chi sceglie di investire in percorsi formativi strutturati può ottenere diversi vantaggi, tra cui:

  • riduzione dei costi del turnover, come conseguenza della capacità di trattenere i talenti in azienda;
  • aumento della qualità del lavoro, grazie a dipendenti più competenti;
  • miglioramento della competitività, grazie alla capacità di adattarsi con agilità ai cambiamenti del settore;
  • implementazione dell’innovazione interna, alimentando la creatività e l’iniziativa individuale.

In sintesi, l’upskilling non è un costo, ma un investimento ad alto rendimento sul medio e lungo periodo.

Strategie per implementare l’upskilling in azienda

Oblos Consulting, grazie all’esperienza e alla competenza dei professionisti che ne fanno parte, aiuta le aziende ad implementare strategie di upskilling all’interno del contesto lavorativo. Nello specifico, supporta la creazione di specifiche strategie aziendali tramite alcune best practice, quali:

  1. analisi delle competenze attuali e future: vengono mappati i bisogni reali e quelli previsti;
  2. coinvolgimento attivo dei dipendenti: vengono ascoltate le loro esigenze e ambizioni;
  3. definizione di obiettivi chiari: vengono stabiliti KPI (Key Performance Indicator) formativi misurabili;
  4. selezione delle tecnologie più adatte: si individuano strumenti agili e facilmente accessibili;
  5. valutazione costante: vengono monitorati i risultati e migliorati in base ai feedback.

Un approccio strategico all’upskilling deve essere sostenuto da una visione chiara e condivisa, che parta dai vertici aziendali e coinvolga tutti i livelli organizzativi.

Conclusione: il futuro è nell’upskilling

Guardando alfuturo, l’upskilling rappresenta uno degli strumenti più potenti per prepararsi al futuro del lavoro. Le aziende che ne comprendono l’importanza e lo integrano nella propria cultura e strategia sono quelle destinate a crescere, innovare e prosperare nel lungo termine.

Non si tratta solo di rispondere ai cambiamenti, ma di anticiparli, costruendo team più resilienti, motivati e pronti ad affrontare qualsiasi sfida.

In un mondo che cambia rapidamente, l’unica vera costante è la capacità di apprendere. E l’upskilling è il ponte tra il presente e un futuro ricco di opportunità.

 

Se vuoi sapere come migliorare la crescita della tua azienda e beneficiare delle opportunità offerte dall’upskilling, contatta Oblos per una consulenza personalizzata.

Quiet Quitting: cos’è e come trattenere i talenti

Dopo la pandemia il dibattito attorno al mondo del lavoro si è focalizzato sul fenomeno delle “grandi dimissioni”, la cosiddetta “Great Resignation” che ha visto migliaia di lavoratori lasciare spontaneamente il proprio impiego.

Tuttavia, c’è un altro trend, più silenzioso ma numericamente più esteso che sta emergendo e merita attenzione: il quiet quitting.

Questo termine descrive un atteggiamento sempre più diffuso nei contesti lavorativi, soprattutto tra le nuove generazioni. Non si tratta di un vero e proprio abbandono del posto di lavoro, bensì di una forma di distacco emotivo e motivazionale. I collaboratori continuano a svolgere i propri compiti, rispettano le scadenze e mantengono un comportamento professionale, ma smettono di partecipare con entusiasmo, di andare oltre il minimo richiesto e, soprattutto, di sentirsi parte di una visione più ampia.

 

Quiet Quitting: molto più di un trend virale

L’espressione quiet quitting è diventata popolare soprattutto grazie ai social, dove video e testimonianze virali hanno portato alla luce una realtà spesso taciuta: quella di dipendenti che, pur essendo formalmente presenti, sono mentalmente e affettivamente distanti. Questo fenomeno non va confuso con la pigrizia o la negligenza. Si tratta piuttosto di una risposta difensiva a un ambiente lavorativo percepito come privo di riconoscimento, stimoli o possibilità di crescita.

Le cause del quiet quitting sono molteplici: mancanza di feedback, carenza di leadership ispiratrice, scarsa chiarezza (e mancanza di prospettive) nei percorsi di carriera (contesti lavorativi stressogeni e poco inclusivi) overload lavorativo non bilanciato da un supporto adeguato.

In altre parole, le persone non smettono di lavorare ma smettono di credere nel lavoro che fanno. E questa perdita di senso è il vero allarme che le organizzazioni non possono permettersi di ignorare.

Il rischio invisibile per le aziende

A differenza di chi presenta una lettera di dimissioni, chi pratica il quiet quitting spesso passa inosservato. Non crea problemi, non solleva conflitti, non chiede nulla. E proprio per questo, rischia di non essere visto.

Tuttavia, ignorare questo tipo di disconnessione emotiva può avere effetti dannosi a lungo termine. L’assenza di engagement mina la produttività, impoverisce il clima aziendale e, soprattutto, compromette la retention del talento (della risorsa) nel lungo periodo.

Il capitale umano è una delle risorse più preziose per ogni impresa, e non è sufficiente trattenerlo solo a livello contrattuale. Le persone devono voler restare, sentirsi coinvolte, riconosciute, stimolate. Il quiet quitting è una forma di ritiro silenzioso che, se non intercettato per tempo, può trasformarsi in una vera fuga di competenze e motivazione.

Prevenire il Quiet Quitting con l’ascolto attivo

Uno degli strumenti più efficaci per prevenire il quiet quitting è l’ascolto proattivo. Spesso nelle aziende si parla di “exit interview“, ovvero colloqui con chi ha già deciso di andarsene. Ma il vero potenziale risiede nelle stay interview, conversazioni strutturate – ma informali – con chi è ancora parte dell’organizzazione.

Durante queste interviste, il focus non è sul passato, ma sul presente e sul futuro. Si cerca di capire cosa motiva la persona a rimanere, quali sono le sue aspettative, dove percepisce limiti o possibilità. Questo tipo di dialogo crea uno spazio sicuro per l’espressione e consente di raccogliere segnali preziosi di insoddisfazione prima che diventino irreversibili.

Un sistema di ascolto autentico e continuo non solo consente di intercettare il quiet quitting, ma può trasformarsi in una leva strategica di employee engagement. Le persone che si sentono ascoltate e comprese sono più inclini a partecipare attivamente, a condividere idee, a contribuire con maggiore entusiasmo.

Investire su chi c’è già: la strategia più sottovalutata

Nel panorama attuale, le aziende sono sempre alla ricerca di nuovi talenti (risorse). Campagne di employer branding, head hunting aggressivi, benefit sempre più ricercati. Tuttavia, la vera sfida competitiva sta nel valorizzare chi è già dentro l’organizzazione.

Il quiet quitting nasce spesso dalla sensazione di stagnazione. Le persone sentono di non avere più margini di crescita, di non essere viste o premiate per il valore che portano. Per contrastare questa percezione, è fondamentale implementare politiche di internal mobility: creare percorsi di sviluppo orizzontale e verticale, favorire cambi di ruolo, rendere visibili le opportunità di carriera interna.

Questa scelta, seppur meno spettacolare rispetto all’assunzione di nuovi profili brillanti, genera benefici profondi e duraturi. Rafforza il senso di appartenenza, aumenta la motivazione, trasmette un messaggio chiaro: “Se resti, crescerai”.

Quiet Quitting e cultura aziendale: due facce della stessa medaglia

Una cultura aziendale forte, inclusiva e coerente è il miglior antidoto al quiet quitting. Non basta avere valori scritti sul sito web: servono comportamenti concreti, coerenza tra parole e azioni, leader capaci di ispirare e guidare con autenticità.

Il quiet quitting spesso è il sintomo di una cultura che ha smesso di nutrire le persone. Recuperare engagement significa, in molti casi, ripensare profondamente la relazione tra azienda e collaboratori. Vuol dire abbandonare modelli gerarchici rigidi, investire nella formazione continua, promuovere il benessere come parte integrante della strategia di business.

Retention intelligente: tra attrazione e valorizzazione

La domanda che molte aziende si pongono è: meglio puntare sull’ingresso di nuove risorse o sulla valorizzazione di quelle già presenti? La risposta non può essere dicotomica. Serve un approccio integrato, che consideri l’acquisizione del talento e la sua coltivazione interna come parti dello stesso ecosistema.

Il quiet quitting ci insegna che non basta attrarre le persone migliori, bisogna anche saperle trattenere nel tempo, alimentando la loro motivazione, dando loro spazio per evolvere. E per farlo serve un cambio di paradigma: meno attenzione alla performance immediata, più cura per il potenziale a lungo termine.

Conclusioni

Il quiet quitting è un campanello d’allarme che non suona, ma che lascia tracce ben visibili nel tempo. Non possiamo permetterci di ignorare chi resta in silenzio. In un contesto sempre più competitivo e incerto, trattenere i talenti non è più solo una questione di contratti o benefit: è una sfida di senso, di ascolto, di cultura.

Investire nelle persone che ci sono già, creare ambienti di lavoro autentici e stimolanti, offrire opportunità reali di crescita: sono questi gli antidoti al quiet quitting. Perché spesso, i collaboratori più preziosi sono proprio quelli che non fanno rumore, ma che, se valorizzati, possono diventare i protagonisti più brillanti della storia aziendale.

Oblos, grazie alla sua esperienza nell’affiancamento alle imprese nella crescita sostenibile, è in grado di offrire il giusto supporto per definire i metodi e le procedure più idonee ad implementare strumenti di valutazione del clima aziendale.

La finalità è quella di individuare le aree di intervento, revisionare processi, creando all’interno dei luoghi di lavoro, grandi e piccoli, contesti di ascolto attivo delle risorse per trattenere i talenti presenti, aiutando l’impresa nello sviluppo e nella sostenibilità a lungo termine.

Società Benefit: significato e vantaggi

Negli ultimi anni, il modello di Società Benefit ha acquisito sempre più rilevanza nel panorama economico globale.  Si tratta di un innovativo modello di governance che si innesta nel principio di responsabilità di impresa in ottica di bilanciamento degli obiettivi di profitto con le finalità di beneficio comune. In questo articolo esploreremo brevemente cosa significa essere una Società Benefit e quali vantaggi comporta per le aziende e la società.

Cosa sono le Società Benefit?

A differenza delle Imprese Sociali o delle organizzazioni non profit, le Società Benefit non rinunciano alla finalità di lucro, ma integrano nella loro governance un approccio responsabile e sostenibile. Si tratta nei fatti di un’evoluzione del concetto di impresa tradizionale, che risponde alle sfide dei mercati moderni con un modello più etico e orientato al lungo termine.

Questo significa che il loro scopo non si limita alla massimizzazione del profitto per soci e azionisti, ma si estende al benessere dei dipendenti, alla sostenibilità ambientale e al supporto alla comunità ed al territorio.

La Società Benefit rappresenta un modello giuridico innovativo che garantisce la continuità della missione aziendale nel tempo, favorendo la creazione di valore condiviso. Questo tipo di struttura offre infatti una tutela efficace degli obiettivi sociali e ambientali dell’impresa, anche in situazioni di aumento di capitale, adozione di meccanismi di controllo, predisposizione di piani d’azione, cambi di leadership o passaggi generazionali, oltre a facilitare una gestione più strategica nelle fasi di vendita o quotazione in borsa.

Come nascono le Società Benefit in Italia

Il modello Benefit nasce, con la prima legislazione in materia, negli Stati Uniti nel 2010 e viene successivamente adottato in diversi paesi, tra cui l’Italia. Il nostro Paese nel 2016 è stato il primo a livello europeo ad introdurre una disciplina specifica per le Società Benefit. Disciplina legale che, in virtù della recente riforma, rende il modello di impresa Benefit in perfetta linea di continuità con la nostra Carta costituzionale.

L’elaborazione della normativa italiana si è sviluppata attraverso la collaborazione di giuristi, imprenditori e altri stakeholders, seguendo un approccio coerente con il modello delle Benefit Corporation già adottato negli Stati Uniti. Il disegno di legge è stato infine integrato nella legge di stabilità 2016, dando origine alla disciplina delle Società Benefit, regolata attualmente dalla Legge n. 208 del 28 dicembre 2015 (legge di Stabilità 2016), in vigore dal 1° gennaio 2016.

 

Differenza tra Società Benefit e B Corp

Spesso si fa confusione tra Società Benefit e B Corp, ma i due termini non sono sinonimi. La differenza principale è che:

  • Le Società Benefit possiedono una personalità giuridica riconosciuta dalla legge che impone loro di integrare nello statuto societario i propri scopi sociali e ambientali.
  • Le B Corp, invece, sono aziende certificate da B Lab, un’organizzazione internazionale che valuta l’impatto sociale e ambientale delle imprese secondo i più alti standard qualitativi.

Una società Benefit può essere anche una B Corp ma ciò non è sempre necessario né obbligatorio. In Italia, però, per mantenere la certificazione B Corp, bisogna necessariamente assumere la forma societaria Benefit.

Società benefit: gli standard da rispettare

Le Società Benefit possono essere costituite come enti non profit o come società a responsabilità limitata, ma in ogni caso, per essere riconosciute come tali, devono integrare nei propri statuti l’impegno a generare un impatto positivo su ambiente e società e a rendicontare periodicamente i progressi compiuti in tal senso, nominando al loro interno un responsabile dell’impatto dell’azienda.

Una Società Benefit è un’impresa che quindi integra nella propria governance obblighi che impongono a soci, dirigenti e azionisti di perseguire obiettivi più ambiziosi in termini di finalità, responsabilità e trasparenza.

  • Finalità: oltre alla generazione di profitto, le Società Benefit si pongono l’obiettivo di creare un impatto positivo sulla società e sull’ambiente, promuovendo un modello di crescita sostenibile che favorisca il benessere collettivo nel presente e per le generazioni future.
  • Responsabilità: queste aziende adottano un approccio che considera l’impatto delle proprie attività non solo sotto il profilo economico, ma anche sociale e ambientale, con l’impegno di generare valore a lungo termine per tutti gli stakeholders.
  • Trasparenza: le Società Benefit devono rendicontare periodicamente i risultati ottenuti e i progressi compiuti rispetto agli obiettivi di sostenibilità, seguendo standard riconosciuti da enti indipendenti. Questa comunicazione avviene in modo chiaro e accessibile, sia nei confronti degli azionisti che del pubblico.

I vantaggi delle Società Benefit

Adottare lo status di Società Benefit comporta una serie di vantaggi strategici e operativi, tra i quali:

  1. Migliore reputazione e maggiore fiducia del mercato

Le aziende che dimostrano un impegno concreto verso la sostenibilità e il bene comune godono di una reputazione migliore e attraggono più facilmente clienti e partner commerciali. Questo è particolarmente importante in un’epoca in cui i consumatori sono sempre più attenti ai valori etici delle imprese.

  1. Vantaggi fiscali e agevolazioni

In alcuni paesi, tra cui l’Italia, le Società Benefit possono accedere a incentivi fiscali e finanziamenti agevolati per progetti ad alto impatto sociale o ambientale.

  1. Attrazione e retention di talenti

Sempre più lavoratori, soprattutto tra le nuove generazioni, cercano impieghi in aziende che condividano i loro valori e abbiano un impatto positivo sulla società. Essere una Società Benefit aiuta a trattenere talenti motivati e a creare un ambiente di lavoro più coinvolgente e appagante.

  1. Maggiore resilienza e longevità

Le imprese che adottano modelli sostenibili tendono a essere più resilienti nei momenti di crisi economica, grazie a una gestione più bilanciata delle risorse e al supporto della comunità e degli stakeholders.

  1. Vantaggio competitivo

Le aziende che operano come Società Benefit si differenziano in un mercato sempre più affollato, ottenendo un vantaggio competitivo rispetto alle imprese tradizionali.

  1. Beneficio comune

La diffusione delle Società Benefit consente ad un numero crescente di aziende di adottare criteri decisionali che contemplino l’interesse ambientale e sociale e, dunque, di effettuare scelte responsabili e consapevoli. Con evidente e crescente beneficio comune.

 

Oblos Società tra Avvocati Benefit

Oblos Starl Benefit è un esempio concreto di come una Società Benefit possa unire innovazione, sostenibilità e crescita economica. Specializzata in consulenza strategica in ambiato risorse umane e innovazione aziendale, Oblos ha integrato nei suoi valori fondamentali il concetto di beneficio comune.

Oblos si distingue, infatti, per il suo impegno nella creazione di soluzioni sostenibili per le imprese, promuovendo la creazione di nuovi modelli di business ispirati al benessere organizzativo quale leva di crescita e competitività. Tra le sue iniziative figurano:

  • consulenze nella transizione e nella creazione di modelli di business innovativi e maggiormente rispondenti alle richieste del contesto di mercato e normativo;
  • consulenza nella creazione di ambienti di lavoro inclusivi e sostenibili, generativi di benessere;
  • consulenza e accompagnamento nei percorsi di conseguimento di certificazioni UniPdr125:2022 (certificazione di parità di genere) e ISO 30415:2021 (Human Resource Management- Diversity  Equity e Inclusion);
  • predisposizione di piani di formazione del personale;
  • sensibilizzazione alla parità e all’inclusione, con programmi dedicati alla sostenibilità d’impresa anche in chiave divulgativa;
  • progetti di impatto sociale in tema di mentoring volti a favorire l’inclusione dei giovani nel mondo del lavoro in ottica di supporto nella individuazione e valorizzazione dei propri talenti e agevolazione nella scelta di percorsi scolastici e di carriera, anche nei casi di fragilità.

Conclusioni

Le Società Benefit rappresentano il futuro dell’imprenditoria, unendo la logica del profitto alla generazione d’impatto positivo sulla società e sull’ambiente. Questo modello offre numerosi vantaggi, dalla maggiore reputazione aziendale alla capacità di attrarre talenti e investimenti, creando valore a beneficio comune.

Scegliere di diventare una Società Benefit non è solo una questione etica, ma una vera e propria strategia vincente per il futuro delle imprese e della società nel suo complesso.

Formazione e sviluppo delle risorse umane: motore strategico per la crescita aziendale

In contesti aziendali che la rapida evoluzione tecnologica e le transizioni economiche e di mercato rendono sempre più competitivi e dinamici, la valorizzazione delle risorse umane è divenuta un pilastro fondamentale per il successo delle organizzazioni. Nei mutati scenari le persone costituiscono un vero e proprio patrimonio strategico: il capitale umano è ciò che fa la differenza tra un’azienda statica e una capace di evolversi, di innovare, di resistere agli scossoni del cambiamento e rispondere alle sfide.

Un’organizzazione lungimirante adotta un approccio “human-centered”, dove il benessere, la crescita e la formazione continua dei propri collaboratori diventano parte integrante della strategia aziendale. Investire sul consolidamento e sullo sviluppo delle competenze delle persone equivale a investire sul progresso, sulla competitività e, dunque, sulla solidità dell’intera impresa.

In questo articolo esploreremo il significato di formazione e sviluppo delle risorse umane, i benefici che ne derivano e le metodologie più efficaci per promuovere la crescita professionale all’interno dell’azienda.

 

Cos’è realmente lo sviluppo delle risorse umane

Lo sviluppo delle risorse umane comporta il superamento di un approccio datoriale limitato alla mera gestione amministrativo/contabile del personale e all’adempimento di semplici processi di selezione a favore di una nuova visione di gestione strategica che preveda e includa percorsi più ampi per l’acquisizione di nuove competenze così da accrescere le capacità e stimolare il potenziale individuale dei lavoratori.

Tra le varie attività di consulenza in ambito HR, Oblos Consulting supporta le imprese nell’individuare le azioni volte a tradurre la visione strategica dell’impresa in percorsi formativi e di crescita che siano coerenti con i fabbisogni e con gli obiettivi aziendali, mantenendo le persone al centro dell’impresa.

L’obiettivo è duplice: da un lato, aumentare l’efficacia e la qualità del lavoro svolto; dall’altro, consolidare il senso di appartenenza e stimolare lo sviluppo individuale all’interno dell’azienda.

Lo sviluppo del personale, quindi, non è solo una leva per l’efficienza, ma anche uno strumento potente per generare motivazione, coinvolgimento e soddisfazione sul lavoro.

Perché investire nello sviluppo del personale?

Implementare una strategia di crescita per le risorse umane comporta numerosi benefici. Ecco i principali:

  1. Far emergere talenti nascosti

Attraverso programmi di sviluppo, è possibile individuare capacità e potenzialità che fino a quel momento non erano state valorizzate. Molti dipendenti operano sotto le proprie reali possibilità, magari perché relegati in ruoli poco stimolanti. Offrire occasioni di crescita permette di riaccendere la motivazione e sfruttare appieno il talento già presente in azienda.

  1. Prepararsi al futuro

La capacità di adattamento è vitale. Mercati in continua evoluzione, nuove tecnologie e cambiamenti nei modelli di business impongono all’azienda di essere sempre pronta a trasformarsi. Formare costantemente il proprio team significa costruire un’organizzazione flessibile e resiliente, capace di affrontare qualsiasi scenario.

  1. Attrarre nuovi talenti

Un’azienda che investe nelle persone trasmette all’esterno un’immagine positiva. I professionisti, soprattutto i più giovani, sono attratti da realtà che offrono reali possibilità di crescita e sviluppo. Creare una cultura formativa contribuisce a migliorare il posizionamento sul mercato del lavoro.

  1. Favorire il coinvolgimento e la motivazione

Sentirsi valorizzati stimola il senso di appartenenza. I collaboratori coinvolti e consapevoli del proprio ruolo all’interno del progetto aziendale tendono a impegnarsi maggiormente e a essere più leali. Un ambiente di lavoro stimolante riduce il turnover e i costi collegati e aumenta la produttività.

  1. Migliorare l’impiego delle risorse interne

Conoscere a fondo competenze e attitudini del proprio team consente di allocare in modo più efficiente le risorse. In caso di nuove esigenze organizzative, cambiamenti nei processi o inserimento di nuove tecnologie, è possibile riorganizzare rapidamente ruoli e responsabilità, senza dover ricorrere necessariamente a nuove assunzioni oppure a formazioni last minute.

 

Strumenti e tecniche per lo sviluppo delle risorse umane

Un piano efficace di sviluppo del personale si basa su strategie concrete e personalizzabili che devono necessariamente essere tarate sulle specifiche esigenze del settore e della realtà aziendale. Sono diversi i modelli volti allo sviluppo delle competenze che si vanno diffondendo, ecco le più diffuse:

Formazione specializzata

Organizzare corsi mirati su competenze tecniche (hard skills) o relazionali (soft skills) è il punto di partenza. I corsi possono essere sviluppati internamente — per allinearli al 100% alle esigenze dell’azienda — oppure affidati a fornitori esterni. In ogni caso, la formazione deve essere pensata come un investimento, non un costo.

Coaching professionale

Il coaching aziendale si concentra sul supporto individuale o di gruppo da parte di un professionista esterno. Questa figura guida i dipendenti nel potenziamento delle loro abilità, migliorando performance e consapevolezza personale.

Mentoring tra colleghi

Il mentoring è una forma di trasferimento di competenze tra pari: un collaboratore esperto affianca un collega meno esperto, supportandolo nel suo percorso di crescita. È una tecnica economica e molto efficace, che però richiede attenzione nella scelta dei mentors e una buona pianificazione.

Auto-valutazione e crescita autonoma

Incoraggiare i dipendenti a valutarsi autonomamente, tramite questionari e riflessioni guidate, permette di individuare aree di miglioramento e obiettivi personali. Si tratta del Self Performance Management, un metodo che favorisce la consapevolezza e stimola l’iniziativa individuale, responsabilizzando il dipendente e incentivandolo a valutare le proprie performance e costruire un percorso di miglioramento personale. L’azienda, dal canto suo, deve offrire strumenti adeguati — mentoring, formazione, feedback — per accompagnare e guidare questa crescita.

Job Rotation

La rotazione dei ruoli, sia orizzontale che verticale, consente ai dipendenti di acquisire una visione più ampia dell’organizzazione e sviluppare competenze trasversali. Questa pratica, oltre a prevenire la monotonia, facilita la flessibilità e la collaborazione tra reparti.

 

Conclusione

Lo sviluppo delle risorse umane non è un’attività accessoria, ma un elemento strategico fondamentale. Promuovere la crescita personale dei propri collaboratori e trasformare i luoghi di lavoro in contesti di crescita, sviluppo e apprendimento, significa costruire un’organizzazione più forte, dinamica e in grado di affrontare le sfide del futuro.

Oblos Consulting offre consulenza qualificata per le aziende che vogliono investire in formazione e sviluppo delle proprie Risorse Umane, garantendo assistenza nell’analisi dei fabbisogni, nella pianificazione delle strategie e delle metodologie da adottare per migliorare l’ambiente lavorativo e incrementare, di conseguenza, le possibilità di successo e crescita aziendali.

In un mondo in cui la competenza è la vera leva competitiva, investire nelle persone non è solo una scelta etica, ma una decisione vincente.

 

Certificazione di parità di genere: cos’è e come ottenerla

La Certificazione di parità di genere rappresenta uno strumento strategico per le imprese che vogliono promuovere l’inclusione, l’equità e le pari opportunità nel mondo del lavoro.

Prevista dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e introdotta dalla legge 162/2021, questa Certificazione si propone di ridurre il gender gap  rafforzando e sviluppando la cultura aziendale in tema di parità, garantendo al contempo vantaggi economici e reputazionali alle imprese che decidono di adottarla.

 

Cos’è la certificazione parità di genere?

La certificazione parità di genere è una certificazione volontaria che misura e attesta l’impegno di un’impresa a garantire la parità di genere all’interno della propria organizzazione sulla base delle linee guida della UNI/PdR 125:2022.

 

Quali sono i requisiti per ottenere la certificazione

Per ottenere la Certificazione di parità di genere, le imprese devono dimostrare di rispettare determinati parametri anche attraverso la progettazione e l’implementazione di misure concrete nelle seguenti sei aree di valutazione:

  1. Cultura e strategia. Promozione di principi e valori aziendali basati sull’inclusione e sulla parità di genere.
  2. Governance. Presenza di politiche strutturate per garantire l’equità nei processi decisionali e assicurare la parità nei livelli direttivi.
  3. Processi di gestione delle risorse umane. Attenzione al rispetto dei principi di parità e inclusione in tutto il percorso di sviluppo di una risorsa all’interno di un’organizzazione: selezione, assunzione, formazione e sviluppo del personale, con misure di prevenzione contro la discriminazione di genere.
  4. Opportunità di crescita e inclusione delle donne in azienda. Sviluppo di piani di carriera e promozioni basati su merito e competenze, anche attraverso l’implementazione di programmi di mentorship e sviluppo della leadership femminile.
  5. Equità salariale. Eliminazione di eventuali divari retributivi tra uomini e donne in logica total reward, attraverso l’adozione di strumenti di misurazione e valutazione della parità salariale.
  6. Tutela della genitorialità e conciliazione vita-lavoro. Politiche di tutela della genitorialità e della conciliazione vita/lavoro attraverso misure di flessibilità e di welfare aziendale.

 

Quali sono i vantaggi della Certificazione per le aziende

Ottenere la certificazione è una questione di giustizia sociale, ma anche un’opportunità di crescita economica per le aziende. Ecco alcuni dei principali vantaggi:

  1. Benefici economici e fiscali

Le aziende certificate possono accedere a sgravi contributivi fino all’1% sui contributi previdenziali, entro il tetto massimo di 50.000 euro annui.  Inoltre, le imprese certificate beneficiano della riduzione del 20% della garanzia fideiussoria negli appalti pubblici e di un punteggio premiale per la valutazione di proposte progettuali, da parte di autorità titolari di fondi europei, nazionali e regionali, finalizzate alla concessione di aiuti di Stato a cofinanziamento degli investimenti sostenuti.

  1. Miglior reputazione aziendale

Essere un’azienda certificata in materia di parità di genere migliora l’immagine e la reputazione sia nei confronti dei clienti che degli stakeholder. Un’impresa inclusiva e che propone certi valori è percepita in modo positivo e stimola le scelte dei consumatori.

  1. 3. Accesso alle filiere

Il possesso della certificazione di parità di genere è un riconoscimento pubblico sempre più richiesto dai grandi gruppi e dalle grandi imprese capo-fila nella scelta dei partners

  1. Maggiore attrattività per i lavoratori

Le aziende che promuovono la parità di genere risultano più attrattive per i giovani talenti e per i professionisti in cerca di ambienti di lavoro più equi e meritocratici, i quali infatti tenderanno a preferire queste aziende a quelle prive di certificazione.

  1. Migliore clima aziendale e maggiore produttività

Ambienti di lavoro più inclusivi migliorano la soddisfazione e la motivazione dei dipendenti, con un conseguente incremento della produttività e della qualità del lavoro ed una sensibile riduzione di eventi dannosi e conflittualità.

 

Come ottenere la certificazione

Per ottenere la certificazione parità di genere, le aziende devono seguire un iter che si compone di alcuni passaggi fondamentali:

  1. Analisi e autovalutazione. Valutazione e misurazioni delle politiche aziendali esistenti e identificazione delle aree di miglioramento.
  2. Adozione di un piano strategico. Definizione di un piano di azione per implementare le misure necessarie.
  3. Monitoraggio dei KPI. Rilevazione periodica dei principali indicatori di performance legati alla parità di genere.
  4. Audit di certificazione. Un ente accreditato verifica la conformità ai requisiti previsti dalla UNI/PdR 125:2022, includendo interviste al personale e analisi documentale per garantire che le politiche adottate siano effettivamente operative.
  5. Rilascio della certificazione. Se l’azienda supera l’audit, ottiene la certificazione valida per tre anni, con verifiche annuali volte a confermare il mantenimento degli standard richiesti.

Chi rilascia la certificazione?

La certificazione è rilasciata da enti accreditati da Accredia, l’ente italiano di accreditamento, in conformità alla normativa UNI/PdR 125:2022. Gli organismi di certificazione autorizzati effettuano audit per verificare il rispetto delle linee guida, l’adozione di buone pratiche aziendali e il raggiungimento degli obiettivi di parità di genere. Inoltre, le aziende devono dimostrare un miglioramento continuo attraverso il monitoraggio costante degli indicatori di performance.

Casi pratici di implementazione

Sempre più aziende hanno già ottenuto la certificazione e stanno riscontrando benefici tangibili. Tra queste, ritroviamo diverse tipologie aziendali, tra cui:

  • Multinazionali che hanno implementato politiche di welfare avanzate per la conciliazione vita-lavoro.
  • PMI che hanno ottenuto vantaggi negli appalti pubblici grazie al punteggio premiale.
  • Startup che hanno migliorato la loro reputazione e attratto più investitori grazie all’adozione di politiche inclusive.

Conclusioni

La certificazione parità di genere rappresenta un’opportunità concreta per le aziende che vogliono distinguersi nel mercato, promuovendo una cultura basata sull’inclusione e sulle pari opportunità. Oltre ai vantaggi economici, ottenere questa certificazione significa investire nel futuro della propria organizzazione, creando un ambiente di lavoro più equo e produttivo e migliorando la propria reputazione tra clienti e fornitori.

Per le aziende interessate a intraprendere questo percorso, Oblos Consulting offre un servizio di consulenza completo e tarato sulla specifica realtà aziendale in ogni fase del processo di certificazione:

valutazione iniziale anche di compliance normativa;

preparazione alla certificazione attraverso una consulenza strategica;

assistenza nella costruzione del sistema di gestione della parità;

affiancamento nella fase di verifica dei requisiti per l’ottenimento della certificazione;

assistenza nella fase di sviluppo del piano.

 

Se vuoi sapere come certificare la tua azienda e beneficiare delle opportunità offerte dalla certificazione parità di genere, contatta Oblos Consulting per una consulenza personalizzata.

Sviluppo sostenibile: significato e importanza per un futuro migliore

Lo sviluppo sostenibile rappresenta oggi un pilastro fondamentale delle decisioni aziendali. Garantire il rispetto del pianeta, preservando le sue risorse limitate e tutelando le generazioni future, è la base per un progresso autentico e duraturo. Le imprese, insieme a governi e cittadini, sempre più adottano comportamenti responsabili in linea con i criteri ESG (Environmental, Social, Governance), promuovendo un modello di crescita che bilanci sviluppo economico e rispetto ambientale.

La sensibilità verso questi temi è in costante evoluzione: l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, con i suoi 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs), traccia chiaramente la strada da percorrere. In Italia, questa transizione è supportata dal PNRR, che ha destinato 59,47 miliardi di euro (pari al 37% dei fondi complessivi) alla rivoluzione verde e alla transizione ecologica. Questo investimento sottolinea l’importanza dello sviluppo sostenibile come fattore centrale per il futuro delle imprese e del Paese, incentivando il tessuto produttivo a intraprendere azioni concrete per un domani più equo e resiliente.

Agenda 2030: un programma globale per un futuro sostenibile

L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite è un piano d’azione globale che mira a promuovere il benessere delle persone, proteggere il pianeta e garantire prosperità per tutti. Sottoscritta nel 2015 dai governi di 193 Paesi, questa iniziativa si concretizza in 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs), articolati in 169 traguardi da raggiungere entro il 2030.

Tra gli obiettivi chiave figurano:

  • Sconfiggere la fame e la povertà
  • Promuovere la salute e il benessere delle persone
  • Garantire un’istruzione di qualità accessibile a tutti
  • Raggiungere la parità di genere
  • Favorire lavoro dignitoso e crescita economica
  • Costruire città sostenibili
  • Incentivare consumo e produzione responsabili
  • Combattere il cambiamento climatico

L’avvio ufficiale dell’Agenda è avvenuto nel 2016, con un impegno collettivo per attuare misure concrete volte al raggiungimento di tali obiettivi.

Significato di sviluppo sostenibile per le aziende: l’aspetto sociale

La sostenibilità aziendale non si limita alla tutela dell’ambiente, ma comprende anche la dimensione sociale, un elemento cruciale per garantire uno sviluppo sostenibile equilibrato e inclusivo. I criteri “Social” si riferiscono al modo in cui un’azienda interagisce con le persone e le comunità con cui si relaziona, promuovendo pratiche responsabili e inclusive, necessarie per costruire un contesto lavorativo più equo e produttivo.

Un modello di sviluppo sostenibile deve mirare a generare un impatto positivo sulla collettività, affrontando temi chiave come:

  • La sicurezza e i diritti dei lavoratori
  • L’equilibrio tra vita lavorativa e privata
  • La giustizia sociale, l’equità e le pari opportunità
  • Il benessere, l’inclusione e lo sviluppo delle persone all’interno dell’azienda
  • L’investimento nella formazione continua per lo sviluppo delle competenze

Incorporare la dimensione sociale nelle strategie aziendali non solo migliora il contesto lavorativo, ma rafforza anche il legame tra impresa e comunità, favorendo un clima di fiducia e collaborazione.

Questo approccio permette alle aziende di affrontare le sfide sociali contemporanee, come la riduzione delle disuguaglianze e la creazione di opportunità per tutti, rispondendo in modo concreto alle aspettative dei dipendenti, degli stakeholder e della società nel suo insieme. Gli effetti positivi si riflettono non solo sulla reputazione e sulla performance aziendale, ma anche sulla capacità di attrarre nuovi talenti e migliorare la produttività a lungo termine.

Perché lo sviluppo sostenibile è un vantaggio competitivo?

Oggi, essere sostenibili è anche una scelta strategica. Le aziende che dimostrano un impegno concreto verso i criteri ESG possono accedere più facilmente a finanziamenti pubblici agevolati e attirare investitori privati, che vedono nello sviluppo sostenibile un elemento di stabilità e di crescita a lungo termine. I fondi di investimento, infatti, guardano con crescente interesse alle realtà che adottano modelli sostenibili, percependo tali imprese come più resilienti alle sfide economiche e ambientali.

Allo stesso modo, cresce il numero dei consumatori che premiano le imprese attente all’ambiente, riconoscendo il valore aggiunto di prodotti e servizi sostenibili. Secondo la ricerca GfK Sustainability, il 34% degli italiani è disposto a modificare le proprie abitudini di acquisto per migliorare l’impatto ambientale, mentre una fetta crescente di acquirenti valuta la trasparenza e l’impegno delle aziende come fattori chiave nelle decisioni di acquisto.

Integrare lo sviluppo sostenibile nei processi aziendali non è quindi solo una responsabilità etica, ma una leva competitiva che consente alle imprese di distinguersi sul mercato, rispondere alle aspettative dei clienti e costruire una reputazione solida e duratura.

L’impegno dell’Unione Europea è costante: la Direttiva sulla due diligence di sostenibilità aziendale obbliga le grandi imprese a monitorare l’intera catena del valore per individuare e mitigare impatti negativi su ambiente e diritti umani, promuovendo così comportamenti aziendali più etici e responsabili.

Rendicontazione e sviluppo sostenibile: un elemento chiave

Comunicare e misurare l’impegno per lo sviluppo sostenibile è ormai una necessità strategica per le imprese moderne. E’ in vigore l’obbligo, per alcune aziende, di redigere la Dichiarazione Non Finanziaria (DNF), strumento che permette di rendicontare obiettivi, azioni e progressi in linea con i criteri ESG. Anche le imprese non obbligate possono trarre importanti vantaggi dalla pubblicazione volontaria di un bilancio di sostenibilità, utilizzandolo come leva per attrarre investitori, clienti e stakeholder sensibili ai temi della sostenibilità.

Strumenti come gli standard GRI (Global Reporting Initiative) svolgono un ruolo fondamentale nell’assicurare che la rendicontazione sia chiara, strutturata e comparabile a livello internazionale. Questi standard forniscono linee guida rigorose per misurare e comunicare le performance di sostenibilità, coprendo aspetti ambientali, sociali e di governance.

Adottare queste pratiche consente alle imprese di:

  • Monitorare i progressi rispetto agli obiettivi di sviluppo sostenibile
  • Dimostrare con dati concreti il proprio impegno
  • Rispondere alle esigenze di trasparenza da parte degli stakeholder

Sviluppo sostenibile in Italia: una sfida ancora aperta

In Italia, sempre più imprese stanno integrando i principi ESG nei propri piani industriali, riconoscendo l’importanza di un modello di business sostenibile per rimanere competitive in un mercato in evoluzione. Il report EY “Seize the Change” evidenzia come il 69% delle aziende abbia sviluppato un piano di sostenibilità e il 44% abbia fissato obiettivi concreti, dimostrando una crescita significativa rispetto agli anni precedenti.

Il PNRR rappresenta un importante incentivo per spronare ulteriormente le imprese italiane verso modelli di sviluppo sostenibile. Essere sostenibili non significa solo contribuire a un mondo migliore, ma anche diventare più competitivi nel lungo periodo, creando valore duraturo per l’azienda, i lavoratori e la società nel suo insieme.

Modelli organizzativi sostenibili: l’approccio di Oblos

Oblos aiuta le imprese ad integrare, progressivamente e consapevolmente, tutti i valori “Social” che il mercato richiede.

Con progetti personalizzati di innovazione dei processi e dei modelli e di riorganizzazione, Oblos porta le imprese, micro, piccole e medie ad affrontare i cambiamenti, nazionali e globali per essere compliance e per  restare sul mercato e per ampliare la produttività ed il profitto.

Tra le pratiche, tailor made, che Oblos realizza ci sono:

  • Pianificazione strategica delle risorse umane;
  • Formazione;
  • Certificazione di parità di genere;
  • Certificazione Diversity e Inclusion;
  • Contrattazioni aziendali e regolamenti interni;
  • Privacy policy